top of page

La posta in gioco per il settore plastica

  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 7 min

Mentre l’Europa perde quota nella produzione globale e mostra segnali di stagnazione industriale, la filiera italiana della plastica continua a rappresentare un asset importante per il manifatturiero nazionale. La sfida, oggi, è trasformare la transizione circolare in una leva di competitività e non in un ulteriore fattore di pressione



Per anni, la plastica è stata letta soprattutto come una materia da ripensare in chiave ambientale. Oggi, però, la questione è più ampia e più urgente: capire se l’Europa sia ancora in grado di presidiare industrialmente una filiera che resta essenziale per il manifatturiero, per l’innovazione dei materiali e per lo sviluppo dell’economia circolare. I dati più recenti mostrano infatti un settore europeo che continua a produrre, ma dentro un quadro di crescente fragilità: volumi stagnanti, quota globale in calo, imprese e occupazione in contrazione. È dentro questa tensione, tra transizione e tenuta industriale, che va letto anche il caso italiano.


Secondo gli ultimi dati pubblicati da Plastics Europei, nel 2024 la produzione europea si è attestata a 54,6 milioni di tonnellate di plastica, con un recupero solo marginale rispetto al 2023 (+0,4%), ma ancora in calo del 12,4% rispetto al 2018. Nello stesso periodo, la quota dell’Europa sulla produzione mondiale è scesa al 12%, mentre la produzione globale ha raggiunto 430,9 milioni di tonnellate. Anche gli indicatori industriali segnalano una fase di indebolimento: circa 50.650 imprese, 1,5 milioni di addetti e 398 miliardi di euro di fatturato, ma con circa 3.000 aziende e 35.000 posti di lavoro persi dal 2022. 


Se il contesto europeo mostra segnali di stagnazione e perdita di peso competitivo, la filiera italiana della plastica continua a occupare una posizione centrale nel manifatturiero nazionale. Ma proprio per questo è chiamata oggi a confrontarsi con una pressione più intensa: regolazione, costi energetici, commercio internazionale e capacità di investimento non sono più variabili di contesto, bensì fattori che incidono direttamente sulla tenuta industriale del settore. Il quadro emerge dal rapporto L’industria della plastica in Italia. Strategia e linee d’azione per supportare competitività e circolarità, realizzato da TEHA Group nel luglio 2025. 


Continuous erosion of Europe's global market share Plastics Europe
L’Europa continua a perdere peso nella produzione globale di materie plastiche: dal 22% del 2006 al 12% nel 2024. Secondo Plastics Europe, la produzione mondiale ha raggiunto 430,9 Mt nel 2024, con la Cina al 34,5% e il resto dell’Asia al 20,1%, confermando lo spostamento del baricentro produttivo verso i mercati asiatici. (fonte: Plastics Europe).

Il focus italiano dentro una fragilità europea

L’ultimo rapporto di TEHA Groupii descrive una filiera che resta tra le più rilevanti del Paese. Nel 2023 ha generato 58,4 miliardi di euro di fatturato, 15,3 miliardi di valore aggiunto e circa 164 mila occupati, collocandosi al secondo posto in UE-27 per valore prodotto. Si tratta di una filiera che vale il 4,9% del manifatturiero italiano e che mantiene una forte propensione all’export, con 25 miliardi di euro di esportazioni nel 2024. 


Il dato è rilevante non solo per dimensione, ma anche per struttura. Sempre secondo TEHA, l’Italia è il Paese europeo con il maggior numero di aziende nella filiera della plastica, pari al 16% del totale UE, con una prevalenza di microimprese ma anche con una base diffusa di piccole e medie realtà industriali specializzate. Questo rende il settore flessibile e capillare, ma al tempo stesso più esposto agli shock esterni, ai costi di compliance e all’instabilità delle catene di fornitura. 


Export, Europa e supply chain

La filiera italiana della plastica si regge in larga parte su una forte proiezione internazionale. Oltre due terzi dell’export sono diretti verso il mercato UE, che resta il principale spazio di sbocco commerciale e di equilibrio competitivo per il settore. Ma accanto a questo elemento di forza emergono fattori di vulnerabilità lungo le supply chain globali: la Cina pesa sulle importazioni, in particolare nei segmenti dei macchinari e della trasformazione, mentre gli Stati Uniti rappresentano un mercato importante ma potenzialmente esposto a irrigidimenti tariffari. 

Anche il quadro europeo conferma che la questione competitiva non è più soltanto prospettica. I dati 2024 pubblicati da Plastics Europe mostrano che l’UE è net importer di plastica per il terzo anno consecutivo, con un saldo commerciale negativo di 1,6 milioni di tonnellate. Gli Stati Uniti risultano il principale paese di origine delle importazioni extra-UE in tonnellaggio, mentre il deterioramento del saldo commerciale si accompagna a una perdita generale di peso dell’industria europea nel contesto globale. 


Questa dinamica si inserisce in uno scenario economico più instabile. Nel rapporto TEHA, le tensioni geopolitiche vengono richiamate come elemento di crescente pressione per la filiera italiana, proprio perché incidono sui mercati di destinazione, sulle importazioni di input strategici e sulle condizioni di scambio con i partner extra-UE. La centralità del mercato europeo, in questo quadro, non è soltanto un dato commerciale: è anche un fattore di sicurezza industriale. 


Export materie plastiche TEHA Group
I dati di TEHA Group evidenziano la forte centralità del mercato europeo per la filiera italiana delle materie plastiche: l’UE-27 assorbe il 74,4% dell’import e il 66,1% dell’export. Anche per produzione di materie plastiche, trasformazione e macchinari, l’Unione Europea rappresenta la principale destinazione, confermando il ruolo strategico del mercato comunitario rispetto a Cina e USA. (fonte: TEHA Group).

Bruxelles rimette la competitività al centro

È in questo contesto che TEHA Group legge l’ultimo ciclo normativo europeo come uno “tsunami regolatorio” per il settore. I recenti strumenti normativi quali REACH, SUP (Single-Use Plastics Directive), ESPR (Ecodesign for Sustainable Products Regulation), Waste Framework Directive e Plastics Own Resourceiii hanno introdotto nuovi requisiti, obblighi di conformità e costi aggiuntivi, imponendo alle imprese ripensamenti lungo tutta la catena del valore: materiali, progettazione, riciclo, tracciabilità, reporting. 


Il dato interessante, però, è che l’Europa sta già cercando di correggere la rotta. Secondo lo studio, la Commissione europea ha iniziato a ricollocare la competitività al centro dell’agenda industriale, integrandola con gli obiettivi di decarbonizzazione. La Competitiveness Compass, il Clean Industrial Deal e il successivo Chemicals Industry Package vanno letti in questa direzione: non come una riduzione delle ambizioni ambientali, ma come un tentativo di riallinearle con la sostenibilità economica della base produttiva europea. 


La sostenibilità è una transizione da governare

Il rapporto TEHA individua qui il punto centrale della discussione: la circolarità non può reggersi solo sul riciclo meccanico. Per aumentare davvero il recupero di materia serve valorizzare la complementarità tra riciclo meccanico, chimico e organico. Su scala europea, nello scenario migliore, questa combinazione potrebbe consentire di trattare fino all’80% dei rifiuti plastici entro il 2040; in Italia, nello scenario best-case, sarebbero necessari oltre 2,6 miliardi di euro di investimenti per sviluppare una filiera di riciclo chimico in grado di trattare circa 0,93 milioni di tonnellate di rifiuti plastici. 



Economia circolare materiali plastici TEHA GROUP
La filiera della plastica si articola lungo un ciclo che parte dalle materie prime vergini e bio, prosegue con la produzione e la trasformazione in prodotto finito, e arriva al mercato. A fine vita, il rifiuto può rientrare nel ciclo produttivo attraverso riciclo meccanico, chimico o organico, oppure essere destinato a termovalorizzazione, bioenergy o smaltimento, evidenziando il ruolo centrale dell’economia circolare nella gestione dei materiali plastici. (fonte: TEHA Group).

I dati europei più recenti aiutano però a inquadrare meglio il problema. Secondo Plastics Europe, nel 2024 le plastiche circolari rappresentano il 15,4% della produzione europea, per un totale di 8,4 milioni di tonnellate. È un dato significativo, ma ancora insufficiente per parlare di vera accelerazione: la quota appare sostanzialmente stagnante, segno che la transizione verso un sistema circolare resta avviata ma non ancora consolidata su scala industriale. 


La vera questione, tuttavia, è economica. Lo studio di TEHA è molto chiaro nel dire che il costo dell’energia e il peso dell’EU ETS rischiano di compromettere la sostenibilità finanziaria del riciclo chimico in Italia. Nelle stime richiamate dal rapporto, il PUN italiano a febbraio 2025 superava i 110 euro/MWh, mentre il prezzo delle quote ETS si collocava oltre i 64 euro, con livelli di costo tra i più alti a livello globale. In assenza di strumenti di sostegno, il rischio è che gli investimenti necessari per rafforzare la circolarità restino industrialmente difficili da sostenere. 


Anche le bioplastiche mostrano che la transizione va presidiata

C’è poi un ulteriore nodo, meno visibile ma strategico: la qualità della domanda e la tenuta dei segmenti innovativi. Lo studio osserva che il comparto delle bioplastiche, dopo una lunga crescita, è entrato in una fase di rallentamento. Dopo essere passato da 400 milioni di euro di fatturato nel 2014 a 1,168 miliardi nel 2022, il settore è sceso a 704 milioni nel 2024, anche per effetto della pressione competitiva di prodotti extra-UE non sempre conformi alle regole europee. 


È un passaggio importante, perché mostra che la transizione non si consolida per sola via normativa. Servono anche tracciabilità, controlli, definizioni tecniche chiare, criteri omogenei e un mercato capace di riconoscere il valore industriale dell’innovazione. In caso contrario, il rischio è che gli investimenti più avanzati vengano penalizzati proprio nel momento in cui dovrebbero essere accompagnati e valorizzati. 


La questione, oggi, è prima di tutto industriale

Il punto, allora, non è contrapporre plastica e sostenibilità, come spesso accade in un dibattito pubblico semplificato. La vera questione è capire se l’Europa, e con essa l’Italia, intendano ancora presidiare industrialmente una filiera che resta strategica per il manifatturiero, per l’innovazione dei materiali e per lo sviluppo delle tecnologie legate al riciclo e alla circolarità.


In questo senso, la sostenibilità non può essere letta solo come un vincolo regolatorio. Diventa un obiettivo industriale credibile solo quando si accompagna a condizioni che rendano possibile investire, innovare e produrre in modo competitivo. È qui che si concentra il nodo messo in evidenza sia dai dati europei di Plastics Europe sia dal rapporto TEHA: la perdita di quota produttiva dell’Europa, la chiusura di imprese, l’erosione occupazionale e il peggioramento del saldo commerciale indicano che la questione della competitività è già oggi concreta e misurabile. 


La filiera italiana della plastica parte da basi tutt’altro che marginali. Mantiene una posizione di rilievo nella trasformazione, esprime una solida capacità manifatturiera e conserva competenze tecniche specialistiche che rappresentano un patrimonio industriale rilevante. Proprio per questo, la posta in gioco non riguarda soltanto l’adattamento a nuovi obblighi ambientali, ma la possibilità di trasformare la transizione in una leva di consolidamento industriale, anziché in un ulteriore fattore di pressione competitiva. 


Il futuro del settore dipenderà quindi dalla capacità di riallineare tre dimensioni che oggi procedono ancora con velocità diverse: le normative, che devono orientare la transizione senza moltiplicare incertezza e frammentazione; l’energia, che resta una variabile decisiva per la sostenibilità economica degli investimenti; e il capitale industriale, pubblico e privato, necessario per sostenere impianti, innovazione e sviluppo di mercato per le materie seconde. È su questo equilibrio che si misurerà, nei prossimi anni, non solo la competitività della filiera italiana della plastica, ma anche la credibilità di una politica industriale europea capace di tenere insieme decarbonizzazione, circolarità e base produttiva. 


Note

i Plastics Europe, Plastics the Fast Facts 2025.  

iii Si tratta dei principali strumenti normativi e para-fiscali europei che incidono oggi sulla filiera della plastica: alcuni regolano sostanze e prodotti (REACH, ESPR, SUP), altri disciplinano gestione dei rifiuti e responsabilità dei produttori (Waste Framework Directive), altri ancora introducono un costo legato alla quota di plastica non riciclata (Plastics Own Resource). (ndr) 


ISCRIVITI

ALLA NEWSLETTER

Aree di interesse
bottom of page