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RIDURRE IL FOOD WASTE, LA VERA FRONTIERA DELLA SOSTENIBILITA’

Prendiamo spunto da un recente articolo apparso sul Sole 24 h, nel quale si evidenzia come ci sia un forte rilancio dei prodotti confezionati rispetto a quelli sfusi. Cliccare qui per l’articolo del “Sole 24 h”

Le motivazioni nascono sicuramente da un’ esigenza di maggiore garanzia di igiene del prodotto, ma ha dei risvolti fondamentali anche in termini di durata (in gergo tecnico “shelf life”) dei prodotti.

Se analizziamo i dati allarmanti legati al tema dello spreco alimentare vediamo come ogni anno nel mondo viene sprecato oltre 1 Miliardo di Tonnellate di cibo, pari a 940 Miliardi di dollari di costo economico annuo legato allo spreco alimentare.

In Italia lo spreco alimentare – dal residuo in campo alla produzione e distribuzione allo spreco domestico – ci costa lo 0,5% del nostro PIL, ovvero oltre 8 miliardi di euro.

Se poi ribaltiamo tali dati in termini di emissione equivalente di CO2, scopriamo con sconcerto che, se lo spreco alimentare fosse una nazione, equivarrebbe al terzo paese per emissioni di CO2 solo dopo Cina e Stati Uniti.

La situazione contingente ci porta a dover limitare al massimo gli sprechi sia dal punto di vista del consumatore finale che da parte di tutta la catena di fornitura. Questo comporta un cambio di mentalità importante, ovvero ciascuno di noi deve programmare i propri acquisti in modo intelligente, al fine di evitare grossi sprechi, la GDO programmare in modo efficiente gli acquisti, le aziende di produzione le logiche di programmazione. L’imballaggio rappresenta un importante supporto per ridurre drasticamente lo spreco alimentare.

Se pensiamo a quanto viene aumentata la durata di un alimento confezionato rispetto ad alimento sciolto, scopriamo ad esempio che la carne confezionata in atmosfera protetta arriva a durare fino a 3 volte rispetto a quella non confezionata. 10 giorni rispetto a 3-4 giorni sono una eternità se non vogliamo che quell’alimento prezioso non venga sprecato.

Dal punto di vista dei dati scientifici, recenti ed approfonditi studi universitari sull’ impatto del packaging sulla filiera alimentare dimostrano che l’incidenza della produzione e della fase post-consumo del packaging sull’ impatto ambientale è bassa e rappresenta l’1-10% dell’impatto totale generato dalle catene alimentari. Se poi pensiamo che l’imballaggio in plastica presenta il minor impatto assoluto in termini di CO2 equivalente, non possiamo che constatare come questi materiali si collochino nella fascia più bassa del range evidenziato. Lo studio EPD svolto da COOP sulla carne di bovino adulto e vitello evidenzia inoltre come su un totale di oltre 21 kg di CO2 equivalenti prodotti per ogni kg di carne commercializzata, solo 0,2 kg sono da imputare all’ imballaggio.

Siamo tutti attenti all’ impatto ambientale che produciamo direttamente e indirettamente attraverso le nostre scelte. Quando scopriamo però che il costo aggiuntivo in termini di CO2 equivalente di un imballaggio in plastica è infinitamente più piccolo della CO2 equivalente del prodotto, che rischia di essere buttato se non consumato, risulta evidente che il tema dell’imballaggio dovrà essere profondamente rivisto dopo questo periodo di emergenza e ampliato finalmente ad una gestione efficace del suo recupero e riutilizzo in un efficiente e sostenibile modello di economia circolare.